I Casali

Le prime notizie di insediamenti umani nella zona di Posillipo risalgono al periodo greco-romano. Si dice il primitivo nome della collina fosse “Ammenus”, poi totalmente dimenticato a vantaggio di Pausilypum che vuol significare, dall'etimo greco «pausa o tregua dal dolore», nome messo in relazione dai più con la bellezza del luogo, secondo altri collegato alla presenza in zona della scuola Epicurea del maestro Sirone, frequentata anche dal poeta Virgilio. Come è noto, infatti la filosofia epicurea insegnava agli uomini a liberarsi dagli affanni per raggiungere la felicità interna come assenza di turbamenti.

Numerosi ruderi antichi sono stati rinvenuti nella parte più occidentale della costa, nell'area compresa tra Marechiaro e la Gaiola, in una zona cioè visibile da Pozzuoli e da Baia, ma non da Napoli. Pertanto i nuclei residenziali romani, sorti sulla costa in età imperiale, devono forse considerarsi non tanto delle propaggini di Napoli, quanto dei Campi Flegrei. La presenza lungo il litorale di numerose ville patrizie incrementò l'attività agricola e manifatturiera dei villaggi ubicati nella parte alta della collina. Data la lontananza sia dalla città che dai centri flegrei, l'insediamento originariamente romano, nel suo sviluppo, unitamente ai villaggi che più tardi venivano costruiti sulla parte alta della collina, caratterizzati dall'attività agricola, assume la struttura di una comunità autosufficiente.

E' assai probabile che nell'età tardo-antica tutto l'abitato di Posillipo, quello sulla costa e quello in collina costituissero come un'isola; e tale isolamento durò in qualche modo fino all'età moderna se si pensa che solo nel 1643, viceré Ramiro de Guzman duca di Medina, furono rese carrozzabili le rampe di Sant'Antonio, ovvero l'unico collegamento dei villaggi di Posillipo con la città bassa. I villaggi più antichi sarebbero quelli di Angari e Megaglia. Questi, durante il Medioevo, unitamente a Santostrato e Spollano formavano il Casale di Posillipo, giuridicamente ed economicamente autonomo. Gli abitanti della zona, fin dall'epoca degli Aragonesi, godevano di numerosi privilegi fiscali, mantenuti anche in età vicereale per evitare ulteriori fenomeni di inurbamento del centro di Napoli. In tale periodo, mentre nella zona collinare i piccoli villaggi continuarono a svilupparsi, la costa fu pressoché abbandonata sotto la spinta di invasioni barbariche.

Accanto agli insediamenti agricoli si stabilirono alcune comunità religiose, costituenti generalmente delle diramazioni periferiche degli ordini residenti nel centro di Napoli. Questi possedevano la maggior parte dei terreni dai quali traevano rendite provenienti dall'economia agricola dei casali e dallo jus piscandi. Nella pianta del Lafrery del 1566 si nota subito che l'espansione verso occidente e a sud, verso il mare, era molto più consistente di quella verso oriente ed a nord. Dalla seconda metà del Cinquecento, infatti, cominciarono a svilupparsi due nuovi villaggi: Villanova e Porta di Posillipo più vicini alla città; contemporaneamente la costa tornava nuovamente a popolarsi di ville signorili. In questo periodo il reddito delle comunità monastiche si arricchì di nuovi proventi, derivanti dalla trasformazione delle attrezzature agricole in organizzate masserie o in residenze di villeggiatura. A partire dai primi anni del Seicento le ville da diporto, «i casini», si trasformarono in case d'abitazione ed in palazzi.

Per avere un quadro degli insediamenti sulla collina di Posillipo in età vicereale è necessario rifarsi alla veduta di Alessandro Baratta edita nel 1629. L'immagine rende molto bene la magnificenza dei luoghi e ben si spiega la fuga dalla città delle autorità che si rifugiarono in queste regione lontana dal caos del centro cittadino. Sulla collina sono visibili i profili degli antichi casali, non più numerosi di quanto lo fossero già nel Cinquecento; le pendici comprese tra la costa e il crinale sono densamente coltivate e inframmezzate da poche case coloniche. Il promontorio di Mergellina è dominato dal complesso di Santa Maria del Parto; nella parete dell'edificio sottostante la chiesa, è inserita un'antica iscrizione marmorea, datata 1627, che ricorda la sistemazione di quel tratto di strada ad opera di Antonio Alvarez de Toledo, secondo duca d'Alba, al quale il Baratta volle dedicare la veduta del 1629. nel 1642 un altro viceré, il duca di Medina, prolungò la strada fino a palazzo Donn'Anna.

Nel 1812 Murat fece costruire la strada di Posillipo più interna: la strada del duca di Medina scomparve, quella del duca d'Alba coincide oggi con via Sermoneta. Alla partenza di Murat da Napoli, la strada aveva raggiunto il sito dove, girando a destra, inizia via Boccaccio e, girando a sinistra, si scende a Marechiaro. Il tratto successivo, quello che scendeva per Cordoglio, fu eseguito dal Corpo del Genio dell'Armata Austriaca tra il 1820 ed il 1830. Tornando ad esaminare la veduta del Baratta, più avanti si vede la chiesa di Santa Maria del Faro. Sorta sui resti di un tempio antico e dominante il villaggio di Marechiaro, che fino all'800 dipendeva dalla Diocesi di Pozzuoli, prova questa del legame con la zona flegrea. A mezza costa della collina, in corrispondenza dell'insenatura di San Pietro ai due frati, si trova l'antica chiesa ed il convento di Santa Brigida. In alto ad occidente si vede la chiesa di Santo Strato, nell'omonimo casale. Ad oriente, a conclusione del promontorio, sono riportate le rampe, la chiesa ed il convento di Sant'Antonio.

Con il regno di Carlo di Borbone la città riuscì ad espandersi secondo nuove direttrici, grazie all'abolizione nel 1718 della legge che vietava la costruzioni fuori della cinta muraria. La veduta prospettica contenuta nella mappa topografica del duca di Noja (1775) permette una lettura d'insieme della città: la costa di Posillipo, anche se punteggiata di ville, rimane ancora esterna alla vita urbana della città. Nella mappa del Carafa sono ben visibili i casali di Santo Strato, Portaposillipo e Villanova e località minori come Angari, Megaglia, ed altre; del solo Spollano nel 1775 non restano più tracce. Il villaggio di Angari, ubicato dove è ora il rione Spinelli, che abbiamo detto essere il più antico assieme a quello di Megaglia, si svolgeva planimetricamente ai lati di una stradina, nota ancora oggi come cupa Angara, che partendo dalla torre Ranieri raggiungeva più a valle una località dove era la cappella di Santa Maria delle Grazie. Nella mappa il villaggio di Megaglia è quello indicato con un'estensione molto più modesta di Angari; eppure anche Megaglia doveva godere di una certa importanza, lo si deduce dal fatto che oltre ad essere collegato come gli altri al mare, era unito anche a torre Ranieri e Santostrato. Oggi su cupa Angara sono ancora riconoscibili resti di case rurali; mentre l'abitato di Megaglia, che doveva corrispondere al punto dove ha inizio l'attuale via Ferdinando Russo, è stato incorporato tra le nuove costruzioni.

Tra Angari e Megaglia era Santostrato, il più grande nucleo abitato della collina. Il nome deriva dal culto introdotto qui da una colonia greca proveniente da Nicomedia, di Santo Stratone, pretoriano dell'esercito di Diocleziano, che subì il martirio perché rifiutò obbedienza nel perseguitare e punire i Cristiani. La sua planimetria era molto più grande e complessa degli altri villaggi: essa presentava, e presenta tutt'oggi, uno schema ad avvolgimento con al centro la chiesa e la piazza antistante. La chiesa del villaggio sorse nel 1266 sui resti di una fabbrica romana e ne furono fondatori tre greci. L'originaria cappella fu ampliata nel Cinquecento e alla fine del secolo divenne parrocchia del nucleo dei villaggi citati. Dalla piazza partivano diverse stradine verso il mare. La prima di queste partiva dalla piazza e, dopo aver costeggiato l'antico cimitero, attraversava il villaggio di Megaglia per poi arrivare sulla costa. Un'altra, l'attuale via Nicola Ricciardi, univa Santostrato con Marechiaro. Una terza, chiamata la Sodesca, ed una quarta provenivano dalle «Casenuove» e conducevano rispettivamente a S. Maria del Faro e alla Gajola. I villaggi del casale, eterogenei per dimensioni e sviluppo urbanistico, sono tuttavia uniformemente definiti da aggregazioni di edifici con caratteristiche morfologiche comuni, proprie di un'architettura minore a vocazione agricolo-residenziale.

A Santostrato il tessuto edilizio e viario si presenta molto compatto ed omogeneo: le abitazioni sono allineate secondo le direzioni di penetrazione all'interno del villaggio ed in alcuni punti le file di case continue si interrompono in un cortiletto sul cui spazio interno si affacciano le abitazioni, generalmente a tre piani. Ritornando a torre Ranieri, da cui iniziava un'altra strada e, con un tracciato molto simile all'attuale via Manzoni, attraversava longitudinalmente il crinale della collina, collegando il casale di Santostrato a quello di Villanova e Portaposillipo. Da qui, poi, partivano due strade: una si collegava al convento ed alle rampe di Sant'Antonio e l'altra raggiungeva il casale del Vomero. La comunicazione con Napoli avveniva invece attraverso le rampe di Sant'Antonio, rese carrozzabili solo nel 1643 dal viceré Medina della Torres. Un'altra strada ancora partiva da Angari e portava direttamente a Villanova. Ancor'oggi tale strada, con un andamento quasi parallelo all'attuale via Manzoni, è nota con il nome di Malefioccolo o del Marzano. Ciascun villaggio in collina era collegato al litorale mediante ripide salite, formate da lunghe gradinate, cupe e valloncelli naturali o canaloni, che tagliavano trasversalmente il promontorio. Il casale di Villanova si sviluppava secondo uno schema lineare o fusiforme lungo la strada omonima. Il nucleo abitato era limitato ad occidente dalla strada che conduceva al casale di Santostrato ed ad oriente dal vallone che scendeva verso il mare e sul quale le case si affacciavano in modo compatto. A metà della via del Marzano una ripida gradinata collegava Villanova al mare, ad un tratto della costa chiamato San Pietro ai due frati. Nella piazzetta del villaggio ancora oggi si conserva in buone condizioni la chiesa di Santa Maria della Consolazione. Da Villanova si giungeva, poi, all'ultimo casale della collina: Portaposillipo. Posto alla fine della strada che dal casale di Santostrato conduceva al Vomero si affacciava sul vallone di Bagnoli. L'abitato era rivolto tutto a settentrione e si svolgeva ai lati della strada con uno spessore molto ridotto. Il villaggio all'incrocio con le rampe di Sant'Antonio terminava con una porta che veniva chiusa durante le incursioni barbariche.

La maggior parte della popolazione residente nel Casale di Posillipo si dedicava alla coltivazione dei campi, pochi erano dediti alla pesca, e i cicli produttivi raramente andavano oltre le esigenze dell'autoconsumo. Nel 1842 Posillipo venne descritta dal Lancellotti e nel 1845 dall'Alvino. Il primo corredò l'esposizione con una pianta topografica e una legenda molto dettagliata dei luoghi e delle proprietà presenti nella zona e che pertanto chiarisce molti dubbi sollevati dalla Mappa del duca di Noja; il secondo l'accompagnò con una serie di incisioni di Achille Gigante, che costituiscono dei documenti sullo stato dei luoghi in quel tempo.

A tutto l'Ottocento Posillipo assume ancora il ruolo di fondale pittoresco nella dimensione metropolitana di Napoli. Per la collina di Posillpo si previde un suo coinvolgimento nel Piano di Risanamento ed Ampliamento della città fin dal 1885. in realtà, a parte la costituzione di pochi fabbricati alla fine dell'Ottocento lungo via Posillipo, una vera espansione edilizia in questa direzione si è avuta solo con l'apertura di una strada panoramica, via Petrarca, iniziata nel 1926. La moderna espansione edilizia ha modificato i rapporti tra i villaggi e la costa ed incorporato, tra le nuove costruzioni, i vecchi nuclei del Casale di Posillipo. Luoghi quasi ovunque modificati ed alterati dalla recente urbanizzazione, ma ancora riconoscibili dove si arresta la nuova edificazione.